Il Mestiere di scrivere e fare poesia

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Il Verso

Non è altro che un rigo di scrittura che invece di raggiungere il margine destro della pagina prevede un repentino ritorno a capo.
Il suo nome deriva appunto dal latino “vertere” che significa “volgere”
I versi possono essere semplici , liberi e sciolti.
I versi SEMPLICI e quelli SCIOLTI prendono il nome dal numero delle sillabe che li compongono (da due sillabe ad undici sillabe)
L’accoppiamento di vari versi semplici e sciolti origina i versi Composti che sono di lunghezza pari alla somma delle sillabe dei versi accoppiati.
Esempio classico il Dodecasillabo oppure il doppio settenario.
Nella letteratura italiana il numero delle sillabe nel verso può variare da due a sedici, ma non mancano esempi di versi che superano le trenta sillabe.
Accentazione


Bisillabo
ha l’accento necessariamente sulla prima sillaba
Ternario
ha un unico accento ritmico sulla seconda sillaba
Quaternario
ha due accenti: sulla prima e sulla terza sillaba
Quinario
ha due accenti: uno sulla prima o seconda sillaba, l’altro sulla quarta
Senario
ha due accenti ritmici: uno sulla seconda e l’altro sulla quinta sillaba
Settenario
ha un accento fisso sulla sesta sillaba e l’altro su una delle prime quattro sillabe
Ottonario
ha due accenti ritmici : uno sulla terza e l’altro sulla settima sillaba
Novenario
ha tre accenti ritmici: uno sulla seconda uno sulla quinta e l’ultimo sulla ottava sillaba
Decasillabo
ha tre accenti ritmici:uno sulla terza uno sulla sesta e l’ultimo sulla nona sillaba
Endecasillabo
ha da due a tre accenti di cui solo uno cade necessariamente sulla decima sillaba
Computo metrico e figure metriche


per contare esattamente il numero delle sillabe occorre tenere presente le seguenti figure metriche di vocale e di accento:
elisione (o sinalefe)
fusione in una sola sillaba della vocale finale di una parola e della vocale iniziale della parola
successiva.
Episinalefe:
si ha quando la vocale dell'ultima sillaba di un verso si fonde con l'iniziale del verso seguente.
Iato ( o dialefe)
Quando la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola
successiva formano due sillabe distinte. ( è praticamente l’opposto della elisione)
Dieresi:
quando due vocali formanti dittongo si separano , per cui, invece di una sillaba, se ne hanno due.
Sineresi
quando due o tre vocali della stessa parola non formanti dittongo o trittongo vengono considerate come unica sillaba
Sistole e diastole(figure d’accento)
si hanno quando l’accento viene anticipato o posticipato nella parola rispetto alla normale posizione che dovrebbe avere. ( es . pièta invece di pietà oppure oceàno invece di ocèano)

Parole piane , sdrucciole e tronche

Quando l’accento tonico cade sulla penultima sillaba la parola è piana, se cade sulla terzultima sillaba la parola è sdrucciola e se cade sull’ultima sillaba la parola è tronca.
Le ultime parole di un verso connotano il verso stesso in piano sdrucciolo e tronco a seconda della loro accentazione.
Se il verso è sdrucciolo si avrà una sillaba in più, se piano il numero delle sillabe sarà coincidente, se tronco si avrà una sillaba in meno. ( esempio: “sparsa le trecce mòrbide” non è considerato un ottonario bensì un settenario sdrucciolo)
Licenze poetiche


Prostesi (es. istesso invece di stesso)
Anaptissi (es. rivederà invece di rivedrà)
Epitesi (es. virtude in vece di virtù)
Aféresi (es. verno invece di inverno)
Sincope (opre invece di opere)
Apocope (es. ciel invece di cielo)


Dopo aver esaminato gli aspetti quasi “matematici” del verso lasciamo spazio ora al potere evocativo dell’Autore, il quale potrà ricorrere a Figure Retoriche per rendere più affascinante il proprio messaggio.
Allegoria
quando si usano delle parole per descrivere un contenuto diverso da quelle che esse indicano
Antonomasia
quando invece di usare un termine si usa un altro termine che connota esattamente quello taciuto
Catacresi
quando si usa un termine per voler significarne in senso lato un qualcosa che va oltre il termine stesso.
Iperbole
quando al fine di enfatizzare si esagera o si minimizza un qualcosa al di là del suo normale contenuto significativo.
Metafora
quando si effettua una similitudine tacendone però il termine di paragone
Metonimia
uando si sostituisce un termine con un altro con cui questo è in relazione per causa effetto o qualsiasi altro motivo richiamato dalla memoria
Perifrasi
quando si usa un giro di parole per indicare qualcuno e qualcosa
Personificazione
quando si attribuisce a qualcosa di non umano una caratteristica umana
Sineddoche
quando si usa un termine che in genere è parte di un qualcosa di più ampio che si vuole rappresentare
Sinestesia
quando si associano termini che fanno riferimento a sensorialità diverse


Per completezza di informazione è bene indicare anche altre Figure Retoriche che però non investono la sostanza del messaggio poetico bensì la forma. Di seguito se ne evidenziano solo alcune delle numerose esistenti.
Allitterazione
quando si usano di seguito parole che iniziano o contengono stesse vocali o consonanti o sillabe
Anafora
quando due o più versi inziano con le stesse parole
Anadiplosi
quando si inizia un verso ripetendo una o più parole contenute nel verso precedente
Epanadiplosi
Quando inizio e fine di un verso presentano la stessa parola
Figura Etimologica
quando nello stesso verso si inseriscono delle parole che hanno la stessa radice etimologica
Ossimoro
quando si usano due termini accostati e di significato opposto
Paronomasia
quando si accostano due termini con lo stesso suono anche se di significato diverso
Zeugma
quando si usa una parola riferita a due termini pur avendo attinenza ad uno solo di essi.

A questo punto, tralasciando consapevolmente ogni indicazione sui vari tipi di rima e di strofe, si ritiene che, pur con tutte le lacune e le omissioni di questo brevissimo compendio strumentale, si sia data una idea di quello che si può “costruire” a tavolino nel rispetto delle proprie emozioni e/o ispirazioni, anche se, come detto all’inizio, la Poesia può benissimo travalicare regole e dettami
per seguire la spontaneità del sentimento che si vuole condividere o regalare agli altri.

Scrivere e Narrare

Questo breve capitolo sullo “scrivere” vuol essere solo un condensato
di riflessioni e non certo un trattato di insegnamento sull’arte della
scrittura.
Un po’ come ragionare ad alta voce sulle cose, più pratiche che
teoriche, inerenti alla materia della narrazione.
Per essere un buon narratore non é sufficiente saper scrivere bene.
Le insidie della narrazione sono tantissime e tutte diverse.
Parte di esse sono in agguato nelle pieghe dello stile letterario dello
scrittore, ma tante altre tendono trappole nell’arte di sviluppare
l’intreccio della storia.

Storia ed Intreccio – Romanzo e Racconto
Storia ed intreccio non sono esattamente la stessa cosa, essendo la
prima una successione di eventi che si svolgono in un tempo che
abbraccia, accanto alla vicenda principale, una serie di vicende
collaterali, mentre l’intreccio è l’arte di organizzare gli elementi
necessari a montare in un certo modo gli eventi o solo parte di essi.

Molti illustri scrittori affermano che è più difficile scrivere un buon
racconto piuttosto che un buon romanzo.
In effetti nel Romanzo lo scrittore si gioca la propria credibilità in
più riprese e non è necessariamente obbligato a vincerle tutte, mentre,
nel Racconto, la ripresa è unica e non si può vincere ai punti. O si
vince o si perde in quell’unica ripresa.
Nel Romanzo la storia che si narra viene in genere costruita intorno ai
Personaggi i quali sono i veri protagonisti, mentre nel Racconto,
protagonista essenziale è l’”azione” entro la quale si calano dei
personaggi o spesso un solo personaggio.
Non a caso nel Romanzo la costruzione dei singoli personaggi assume una
rilevanza primaria, mentre nel racconto questi possono essere solo
accennati nei loro tratti essenziali per lasciare spazio alla vicenda.


In altre parole nel Racconto la storia narrata è solo una parte della
storia più ampia che la contiene e che precede e segue il racconto
stesso, rimanendo inespressa. La storia fa da cornice mentre
l’intreccio è il quadro. Un po’ come la differenza tra un film ed un
trailer oppure un fotogramma.

Esempio pratico di Intreccio in un Racconto

Per fare un esempio pratico si immagini di voler scrivere un Racconto
sulle ultimissime ore di vita di Giulio Cesare.
Di fatto la vicenda, nota a tutti, sarebbe brevissima. Giulio Cesare
esce dal proprio palazzo accompagnato da Decio e si avvia al Senato.
Lungo il percorso Artemidoro gli consegna un foglio dove è documentata
la congiura in atto, ma Decio distrae Cesare il quale non legge il
documento. Entra in Senato e viene accoltellato dai congiurati. Fine
del Racconto.
Orbene nell’accingersi a scrivere un racconto simile ci si trova
davanti a varie decisioni da prendere.
Prima decisione è quella di scegliere il protagonista del Racconto, il
quale potrebbe anche non essere necessariamente Cesare.
Si potrebbe scegliere come protagonista del racconto Decio, oppure
Bruto o Cassio, finanche Casca o un altro qualsiasi dei congiurati.
Altri potrebbero scegliere di dare un taglio diverso al racconto
scegliendo Calpurnia come protagonista se no addirittura
l’inconsapevole Marco Antonio.
Seconda decisione da prendere è quella di scegliere i personaggi che si
vorranno evidenziare nella vicenda, lasciando in ombra tutti gli altri.
Si sta scrivendo un Racconto e quindi ogni elemento deve essere
funzionale all’azione ed alla tensione narrativa.
Terza decisione è quella di scegliere la “regia” narrativa. Si inizierà
e si procederà a narrare i fatti in maniera cronologica? Oppure si
sceglierà di iniziare dalla descrizione del corpo insanguinato di
Cesare? Od ancora si deciderà di iniziare il racconto nel momento in
cui Cesare è ancora in strada diretto verso il Senato? O dalla
preoccupazione di Calpurnia angosciata dai sogni premonitori della
notte precedente? Oppure dal dolore di Marco Antonio? E perché no, dal
tormento di Bruto o dall’invidia di Cassio?
E se tutto il racconto fosse invece narrato dalla Statua di Pompeo ai
piedi della quale Cesare si accascia?
Insomma, come si vede, dagli elementi su indicati, sono molte le
riflessioni che possono scaturire nel momento in cui si decide di
iniziare a scrivere un racconto.

In genere l’intreccio progredisce attraverso fasi ben precise.
Si ha una situazione iniziale in cui si cala un elemento di rottura che
comporta un conflitto da cui si dipana la vicenda volta a ricostituire
la situazione iniziale o un'altra situazione derivante da tutto ciò che
la vicenda ha comportato.
Nell’esempio scelto, a secondo del taglio che lo scrittore vuol dare al
proprio racconto, la situazione iniziale, l’elemento di rottura, il
conflitto e la conclusione possono essere molto differenti pur restando
identica la vicenda.
Questo per quanto riguarda l’intreccio.


I cinque sensi del lettore
Ma ci sono altri elementi da considerare e tra questi c'é la realisticità”
(realismo)della narrazione. Il lettore
dovrà essere soddisfatto in
tutti i suoi sensi mentre legge il racconto. La vista ,l’udito.
l’olfatto, il tatto,il gusto. Non si può tralasciare di “far vedere” al
lettore i luoghi ove avviene l’azione (le strade di Roma) né di fargli
udire i rumori ( il vocio della gente il cigolare dei carri etc.etc) e
così via per tutti gli altri sensi.
In un racconto, data la brevità di esso, possono essere dati solo
alcuni elementi che mettano in grado di creare suggestioni e lasciare
libero il lettore di interagire con la propria fantasia o sensibilità
nell’ambiente circostante. Non è necessario descrivere dettagliatamente
ma sarebbe imperdonabile non fornire elementi di suggestione che
rendano viva la scena di riferimento o la situazione.
In un romanzo lo zooming spesso ricorre ed arricchisce la lettura, in
un racconto non sortirebbe lo stesso effetto, a meno che non fosse
strettamente funzionale a sviluppi importanti ad esso connessi.
In quanto alle descrizioni è opinione comune che vale molto di più un
vocabolo appropriato che decine di aggettivi che tentino di rafforzare
un vocabolo debole. Dunque la scelta dei vocaboli è essenziale nella
narrazione. La lingua italiana offre molte possibilità e dunque anche
molte insidie.
Aggettivi, Avverbi e Dialoghi


Una regola è comunque condivisa da tutti i grandi scrittori. Evitare
nella maniera più assoluta i luoghi comuni, quelle espressioni, cioè,
che ancor prima di leggerle già si conoscono per averle già lette
milioni di volte. Un sorriso dunque potrà essere allegro, simpatico,
incoraggiante etc etc ma per favore…non “smagliante”.
L’onestà viene sempre riconosciuta dal lettore il quale è invece sempre
molto sensibile alle forzature ed alle ovvietà.
Aggettivi ed avverbi pochi, solo quelli strettamente necessari ( ed
anche quando si è convinti che siano necessari, prima di scriverli in
via definitiva richiedersi sempre se siano così necessari come
crediamo).
E poi i dialoghi.
Molti racconti risultano “fasulli” proprio a causa dei dialoghi. Il
bravo scrittore sa perfettamente che i dialoghi non possono essere
espressi con modalità uguali per tutti i personaggi. Bisogna evitare di
far parlare i personaggi alla stessa maniera, sacrificando magari anche
la sacralità della grammatica.
Un giovane non potrà mai parlare come un vecchio ed un ragioniere non
potrà mai parlare come un killer.
Inoltre i vari “rispose” “replicò” “disse” etc.etc, rappresentano uno
degli ostacoli più pericolosi da superare nella narrazione. Se poi ci
si dovesse aggiungere, per di più, qualche locuzione che descrive
l’atteggiamento, allora il terreno diventa proprio minato.
Per esempio…“rispose con aria seria”. Orribile!

Conclusioni

A questo punto chi avesse dovuto leggere tutto quanto sopra descritto,
avrebbe tutto il diritto di sentirsi scoraggiato, anche se tutto quello
riportato è solo una minima parte di quello che ci sarebbe da dire
sull’arte della narrazione.
Ma come già detto per la Poesia, non esistono, alla fine, regole, anche
se regole ci sono.
Si scrive e si legge con le proprie individuali sensibilità e dunque
ciò che viene apprezzato da alcuni, sicuramente non lo sarà, parimenti,
da altri.
Dunque…scriviamo, con buona pace di regole, consigli e quant’altro.

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